Commercio Equo e Furbo
È, dunque, una forma di commercio internazionale nella quale si cerca di garantire ai produttori ed ai lavoratori dei paesi in via di sviluppo un trattamento economico e sociale equo e rispettoso, e si contrappone alle pratiche di commercio basate sullo sfruttamento che si ritiene spesso applicate dalle aziende multinazionali.
Dal 2001 al 2005 l'equo solidale ha toccato quota 660 milioni di euro di fatturato in tutta Europa, con 79.000 esercizi che lo pratricano e 100.000 volontari che vi contribuiscono offrendo il loro tempo e lavoro gratuitamente.
Il commercio equo e solidale si basa principalmente sulla vendita di prodotti agricoli e artigianali provenienti da tutto il mondo (in italia un esempio è il grano coltivato dalle comunità sulle terre confiscate alla mafia).
Questo tipo di commercio è da molti considerato un esempio di come si possa aiutare i poveri paesi in via di sviluppo.
Peccato che in occidente non si ragioni che su luoghi comuni.
Credo che il commercio equo-solidale sia sicuramente una cosa positiva ma costituisca una goccia nell'oceano della povertà.
Consideriamo il giro d'affari che questo commercio ha in Europa,660 ml, che analizzato in confronto al continente è piuttosto basso, poichè vanno coperte le spese di chi importa le merci e di chi campa vendendo queste merci, le quali sono prodotte garantendo si un minimo di diritti ma non porteranno mai a una vera equiparazione di chi le produce con i produttori nel resto del mondo.
I prezzi di questo commercio sono ancora troppo alti e non viene insegnato ai produttori dei paesi in via di sviluppo come competere seriamente sul mercato globale.
Insomma, molti mangiano sul lavoro dei poveri produttori , sul lavoro dei volontari e sulla bonarietà della gente che spesso usa il commercio equo-solidale per lavarsi la coscenza.
Dunque anche in questo caso dovrebbero essere i governi, o i popoli ricchi, a muoversi perchè in sede internazionale si dettino regole veramente eque e non solidali, i paesi del terzo mondo non hanno bisogno della nostra pietà, ma piuttosto regole giuste e umane.






