L'Albatros

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venerdì, settembre 08, 2006

Veronica Guerin


“Sono una giornalista. Nessuno spara al messaggero. Nessuno spara a un reporter”. Era il febbraio 1995 quando Veronica Guerin pronunciò queste parole. Solo qualche giorno prima, un sicario a volto coperto l’aveva gambizzata all’interno della sua abitazione, un cottage all’estrema periferia della Dublino nord. Lei, come tutta la nazione irlandese, ancora stentava a crederlo.
Veronica sapeva quanto fossero alti i rischi collegati alla sua professione. Sapeva bene come la sua vita fosse in pericolo. Ma aveva deciso di non fermarsi: intendeva proseguire le sue inchieste sul mondo del crimine. Con una determinazione, se possibile, ancora superiore.A soli 35 anni, Veronica era –senza più alcun dubbio- la più nota giornalista investigativa irlandese. I suoi articoli per il Sunday Independent, il maggiore domenicale dell’isola, da mesi portavano centinaia di migliaia di suoi lettori all’interno di “Gangland”, un oscuro agglomerato dove si concentravano i più temuti “baroni” del sottobosco criminale irlandese.Fu proprio al Sunday Independent che Veronica cominciò a occuparsi di crimine. Il fenomeno malavitoso aveva assunto, alla metà degli anni ’90, dimensioni veramente preoccupanti sull’isola, in particolare nella capitale Dublino e nelle città industriali di Cork e Limerick. Il criminale vecchio stampo, dedito ai sequestri e alle rapine a mano armata, aveva gradualmente lasciato spazio al narcotrafficante. In Irlanda poche gang controllavano capitali multimilionari, grazie al traffico di eroina, cocaina, cannabis ed ecstasy. La sola Dublino contava 15mila giovani tossicodipendenti (su una popolazione che non arrivava al milione). Il fallimento dello Stato, impegnato per decenni a combattere l’Ira, e da sempre focalizzato sulla secolare questione nordirlandese, emergeva in tutta la sua evidenza.Veronica capì tutto questo. Capì che avrebbe dovuto penetrare quel mondo, per raccontarlo e denunciarlo ai suoi lettori: “La situazione è molto seria. L’aspetto più grave è che in Irlanda non esiste una sola parrocchia che non conosca il problema della droga. Per questo quello delle droghe è diventato il problema principale, nel nostro Paese. Circola così tanto denaro nell’industria del narcotraffico… è davvero un’industria multimilionaria.Nel portare alla luce l’immensità del sottobosco criminale irlandese, Veronica Guerin mise nero su bianco gli identikit dei principali narcotrafficanti (pur non potendo nominarli, a causa delle leggi sulla diffamazione, tuttora in vigore), denunciò le rotte attraverso cui gli stupefacenti raggiungevano l’Irlanda, e rese noti gli immensi profitti di questi boss, illustrando nel dettaglio come il valore della “merce” arrivasse anche a decuplicarsi nel corso delle numerose transazioni. Non solo: Veronica espose pubblicamente lo stato fatiscente delle prigioni irlandesi, da cui letteralmente “evadevano” centinaia di pericolosi criminali, e rivelò come numerosi funzionari del fisco e degli affari sociali vivessero in un clima di terrore. Se avessero anche solo osato porre domande scomode a qualche boss, chiedendogli il perché di tanta ricchezza a fronte di profitti dichiarati pari a zero, rischiavano grosso.Infine, Veronica si fece sostenitrice di una proposta legislativa che trovò realizzazione solo dopo la sua morte: la creazione di un corpo interdisciplinare, che comprendesse agenti di polizia, del fisco, della dogana e degli affari sociali, in grado di confiscare qualsiasi proprietà ritenuta sospetta. In codice: CAB (Criminal Assets Bureau), un’agenzia statale che tra il 1996 e i primi anni 2000 arrivò a sequestrare proprietà illecite per decine e decine di milioni di sterline.Veronica Guerin, una giornalista che aveva fatto della “ricerca della Verità” la propria ragione di vita, fu uccisa il 26 giugno 1996. Due sicari la assassinarono lungo la Naas Road, una delle principali arterie stradali che dalla contea di Kildare conducono alla capitale Dublino. Sei colpi di pistola furono sparati da un killer attraverso il finestrino dell’auto, mentre Veronica attendeva il verde a un semaforo. La morte della reporter fu istantanea. Il patologo, professor John Harbinson, affermò qualche mese dopo, in tribunale: “la morte di Veronica Guerin è stata causata da uno shock e da una emorragia, sopraggiunti come risultato delle lacerazioni ai polmoni e alle arterie”. Il freddo e burocratico linguaggio medico poco può fare per celare il grado di efferatezza del delitto.Successive indagini accerteranno come a ordinare l’omicidio di Veronica Guerin sia stato John Gilligan, potente boss criminale della Dublino sud, che in soli due anni aveva messo in piedi un gigantesco impero di importazione e smercio di stupefacenti. Veronica stava indagando su di lui da diversi mesi: lei, come pochi altri, aveva intuito il reale calibro e la reale statura criminale di colui che tutti chiamavano “Factory John”. Una mattina del settembre del 1995 si era addirittura presentata a casa sua, decisa a porgli domande imbarazzanti in merito alle sue proprietà. In quell’occasione, la natura psicopatica di Gilligan si manifestò in tutta la sua violenza: il boss picchiò Veronica, procurandole ferite su tutto il tronco e al viso. La reporter, choccata, decise di denunciarlo. Il processo si concluse nel luglio dell’anno successivo con l’assoluzione del boss, a causa della morte dell’unica testimone: Veronica, che proprio Gilligan aveva fatto uccidere.
A Veronica è stato dedicato un film diretto da Joe Schumacher, che ho visto è che considero disarmante e stupendo...questa donna e molti altri sconosciuti rappresentano quegli eroi che oggi, come detto in precedenti post, cerchiamo, che vogliamo, gente che crede in un ideale, in quello che fa, che fa per altri...sino a dare la vita...questi eroi sono persone...come noi...in questo caso una giornalista irlandese che ha dato la vita per la verità e per i giovani. Grazie Veronica.

STRETTE CORRESPONDANCES TRA DIO E VELINE

“Ho ventidue anni e voglio fare la velina, e questi 500mila euro che ho vinto a “Cultura moderna” mi serviranno per realizzare questo sogno e trasferirmi senza pesare sulla mia famiglia”. Un minuto di silenzio. Ora ho le prove che Dio non esiste, e se mi sbagliassi e davvero esistesse sarebbe una velina, perché quello che l’uomo ha da sempre voluto è stato avere qualche attributo della divinità: la forza, l’onnipotenza, l’immortalità…e visto che al giorno d’oggi la professione velina va per la maggiore, il sillogismo non fa una piega. Chiediamoci: ma se la nostra società è malata, ed è innegabile che lo sia, la colpa non sarà anche di queste aspiranti veline & co. che sembrano non avere uno scopo nella loro vita?

DATE UN PERCHE' AI SACRIFICI UMANI

Ma che cosa può spingere l’uomo a creare un dio affamato di carne umana e al quale sacrifica la florida gioventù della sua città? Perché? Non potrebbe essere una recondita volontà di autodistruzione? Chiaramente il presupposto è che gli dei siano stati creati dall’uomo, facciamo finta per un istante che sia così, anche se ne ignoriamo per ora il perché. Potrebbero essere mossi gli uomini nel fare sacrifici umani dal bisogno di essere/sentirsi puniti, addolorati? E anche cambiando il presupposto, ipotizzando cioè che gli dei di alcune delle prime civiltà esistessero veramente ed avessero davvero creato l’umanità, cosa li spingerebbe ad esigere sacrifici umani? Sarebbe un paradosso che queste divinità volessero vedere le loro creature immolate per loro. E se loro non volessero, e fosse l’uomo ad offrirsi, per il primo punto a cui sopra ho accennato, non potrebbero gli dei intervenire, interrompere il corso degli eventi, come nel racconto biblico del sacrificio di Isacco?

Zingari

Campi nomadi, zingari mendicanti per le strade, folklore gitano, furti e concessioni comunali...i rom in Emilia-Romagna : (Bologna, 12 aprile 2001) – Cinque miliardi a nove Comuni per allestire quattordici campi di sosta e transito da destinare alle comunità nomadi dell’Emilia Romagna. Il contributo della Regione per l’insediamento di nuovi campi nomadi coprirà il 41% dei costi sostenuti dagli Enti locali per acquisire aree e realizzare le opere di urbanizzazione. Nove i Comuni che hanno chiesto e ottenuto il finanziamento: Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna, Forlì, Ferrara, San Lazzaro di Savena (Bo) e Castelnuovo Ragone (Mo). La novità del provvedimento della Giunta – in applicazione di un principio fissato dalla legge 47 sulle minoranze nomadi – sono “i campi di sosta a destinazione particolare” che prevedono la cessione da parte del Comune del diritto di superficie ai nomadi che intendano insediarsi stabilmente contribuendo alle spese. Dei 14 ammessi al contributo regionale, nove sono i campi di sosta e transito tradizionali, con un finanziamento di 3.806.350.000 lire; cinque le aree nomadi per le quali è prevista la cessione di superficie (1.219.400.000 il contributo della Regione). Il Comune che ha presentato il maggior numero di progetti (tutti finanziati) è quello di Bologna: 4 campi, due per la sosta e due a destinazione particolare, per un totale di 1.260.600.000 lire di contributo.
Sono Reggio Emilia, Modena e Bologna le città dove esiste la maggior concentrazione di aree nomadi (rispettivamente 15, 11, 9 sono le aree segnalate). Delle 1.653 persone presenti nei campi, è Reggio Emilia la provincia in cui risiede il numero più alto di nomadi (518), seguita da Bologna (398) e da Modena (349). L´81% dei nomadi è stanziale e vive nel campo tutto l’anno mentre il 5% risiede nei campi quasi tutto l’anno (da 9 a 11 mesi), solo circa il 14% presenta una certa mobilità. Le etnie prevalenti sono quella Sinta e Rom. La prima rappresenta l’82% della popolazione nomade in Emilia Romagna, la seconda il 16%. Piccola la percentuale di persone che non hanno origine nomade.
Il 39% della popolazione nomade è costituito da giovani al di sotto dei 18 anni di età, mentre la classe meno rappresentata (il 3%) è quella dei soggetti con oltre 65 anni. Per quanto riguarda l’istruzione e la formazione si può osservare che la percentuale dei frequentanti sugli iscritti è piuttosto alta, pari al 91%, e che la totalità dei frequentanti è presente nella fascia d’età 6-14.

Voi cosa ne pensate della realtà namade italiana? I rom hanno una cultura antitetica alla nostra, o possiamo convivere sullo stesso territorio? Avete avuto esperienze positive o negative con queste persone?

giovedì, settembre 07, 2006

'' Non aspirare a volere di più, ma ad essere di più''


«Non aspirare a volere di più, ma ad essere di più.»
Oscar Romero nasce da una famiglia di umili origini. Manifestato il desiderio di diventare sacerdote, riceve la sua prima formazione nel seminario di San Miguel (1930); i suoi superiori lo mandano poi a Roma, notando la sua predispozione agli studi e la docIl 21 giugno 1970 riceve l'ordinazione episcopale.ilità alla disciplina ecclesiastica.La sua fedeltà alla Chiesa più conservatrice gli aveva fatto guadagnare la stima dell'oligarchia del suo paese, e nel contempo ne alienava le simpatie verso i settori più progressiti del clero, in particolare i gesuiti che reggevano l'Università Centroamericana di San Salvador.Il 15 ottobre 1974 viene nominato vescovo di Santiago de María, nello stesso stato di El Salvador, uno dei territori più poveri della nazione. Il contatto con la vita reale della popolazione, stremata dalla povertà e oppressa dalla feroce repressione militare che voleva mantenere la classe più povera soggetta allo sfruttamento dei latifondisti locali, provocano in lui una profonda conversione, nelle convinzioni teologiche e nelle scelte pastorali.I fatti di sangue, sempre più frequenti, che colpiscono persone e collaboratori a lui cari, lo spingono alla denuncia delle situazioni di violenza che riempiono il paese. La nomina ad arcivescovo di San Salvador, il 3 febbraio 1977, lo trova ormai pienamente schierato dalla parte dei poveri, e in aperto contrasto con le stesse famiglie che lo sostenevano e che auspicavano in lui un difensore dello status quo politico ed economico (rifiuterà, ad esempio, l'offerta della costruzione di un palazzo vescovile, scegliendo una piccola stanza nella sagrestia della cappella dell'Ospedale della Divina Provvidenza, dove erano ricoverati i malati terminali di cancro).L'episodio della morte di p. Rutilio Grande, gesuita e suo collaboratore, assassinato appena un mese dopo il suo ingresso in diocesi, diventa l'evento che apre pienamente la sua azione di denuncia profetica, che porterà la chiesa saldadoregna a pagare un pesante tributo di sangue. L'esercito, guidato dal partito allora al potere, arriva anche a profanare ed occupare le chiese, come san Aguilares, in cui vengono sterminati più di 200 fedeli lì presenti.La sua popolarità crescente, in El Salvador e in tutta l'America Latina, e la vicinanza del suo popolo, contrastano con l'opposizione di parte dell'episcopato, e soprattutto con la diffidenza del Vaticano. Le sue catechesi, le sue omelie, trasmesse dalla radio diocesana, vengono ascoltate anche all'estero, facendo conoscere a moltissimi la situazione di degrado che la guerra civile stava compiendo nel paese.Durante uno dei suoi viaggi in Europa, viene ricevuto da papa Giovanni Paolo II; questi, a differenze di Paolo VI, lo esorta a non opporsi al governo del suo paese, non conoscendo la reale entità della situazione della nazione durante il golpe militare.Il 24 marzo 1980, mentre sta celebrando l'Eucaristia nella cappella dell'ospedale della Divina Provvidenza, viene ucciso da un sicaro con un colpo al cuore. Nell'omelia aveva ribadito la sua denuncia contro il governo di El Salvador, che aggiornava quotidianamente le mappe dei campi minati mandando avanti bambini che restavano squarciati dalle esplosioni.Papa Giovanni Paolo II non presenziò al funerale (in cui avvenne un nuovo massacro di fedeli, da parte dell'esercito); soltanto anni dopo si recò a rendere omaggio sulla tomba di mons. Romero, riconosciuto e venerato già come un santo dal suo popolo. Nel 1997 è stata aperta la causa di beatificazione, e successivamente ha ricevuto il titolo di Servo di Dio.

Un martire dimenticato e maltrattato in vita,come spesso accade,chi agisce per il prossimo è avversato in tutti i modi fino alla morte.

Alcune sue Opere: "Diario", La Meridiana, Molfetta (BA) (1991);"Dio ha la sua ora" (testi scelti), Borla, Roma (1994);"La violenza dell'amore"" (testi scelti), Città Nuova, Roma 2005.

QUESTA MALEDETTA DEMOCRAZIA

“Il re democratico è nudo…il suffragio universale conduce necessariamente alla partitocrazia, ad un regime in cui le organizzazioni politiche, sotto forma di macchine ideologico-burocratiche, sequestrano il potere a beneficio dei loro dirigenti, iscritti, clienti…” Panfilo Gentile.
In questi anni d’esaltazione e d’elogio della democrazia occidentale contrapposta alla barbarie dei regimi arabi, lo apprezzo tanto perché riesce a mettere in luce i limiti dell’illuminata democrazia, e MALEDETTO SIA L’ILLUMINISMO! La democrazia greca aveva un senso, non votava una minoranza, ma una parte della popolazione, quando invece nell’Italia odierna possono votare anche coloro che di fatto non ne hanno la capacità né hanno una qualche coscienza critica! Così scopriamo di non essere figli della civiltà greco-romana così tanto come credevamo (se proprio vogliamo semplificare) e che la DEMOCRAZIA DEGENERE della quale siamo schiavi perché costituisce in modo totalizzante ed esclusivo la nostra concezione del mondo, non può essere nata dalla perfezione dell’età classica.

mercoledì, settembre 06, 2006

MICHAEL WALZER

Micheal Walzer mi ha fulminato nel mio ultimo giorno di liceo, prima della maturità. Con l’idea che il politico necessariamente si sporca le mani, anche quando persegue il bene. Walzer appartiene a quella “generazione”, a quel gruppo di filosofi americani “venuti alla luce” dopo la più importante opera di John Rawls: “A theory of justice”, 1971, con la quale tutti da quel momento in avanti avrebbero dovuto necessariamente confrontarsi, e anche contrapporsi, in modi diversi. Come “la filosofia tedesca è tutta pensiero”, così quella americana è tutta basata su casi discussi nei tribunali, che fanno nascere dibattiti coast to coast. “NON C’E’ NESSUN MONDO IN CUI ESSERE CITTADINI”. Walzer ha ben presente le difficoltà internazionali che si frappongono tra il progetto dello stato utopico di Rawls, fondato sul modello kantiano della “Pace perpetua”, ossia su fraternità (l’esistenza di un destino comune che lega tutti gli uomini), uguaglianza (l’assenza di barriere sociali) e giustizia (come partecipazione di tutti i cittadini alla vita pubblica), e la sua realizzazione. Walzer rivaluta l’importanza delle comunità locali, che sono “creazioni storiche” e grazie alle quali noi acquistiamo un’ “identità politica” e la fedeltà a questa identità. In questo quadro l’autodeterminazione è un valore fondamentale, qualcosa che i popoli hanno sempre rivendicato fin dal momento in cui si sono considerati tali: il diritto ad autogovernarsi.

CERCA I TUOI LIBERATORI

Studiando Nietzsche all’università, ho scoperto che è molto diverso da come me l’avevano insegnato al liceo. Al liceo non mi hanno lasciato cogliere il suo messaggio di trasgressione nei confronti dell’educazione tradizionale, accademica. Nietzsche ha trovato il suo vero educatore in Schopenhauer, in lui ha trovato il suo liberatore dall’educazione che cerca di conformarci tutti, che ci rende pronti nel minor tempo possibile ad entrare nel mercato e produrre denaro, dall’educazione che ci toglie il tempo per noi stessi. DOBBIAMO RICONQUISTARE NOI STESSI, perché siamo la cosa più importante che abbiamo. “Sii te stesso! Tu non sei certo ciò che fai, pensi e desideri ora!” DOBBIAMO DIVENTARE Ciò CHE SIAMO, attraverso la scelta della nostra vera educazione.

L'UMANITà HA FINITO GLI EROI

L’umanità ha finito gli eroi. Non vedo più “politici” capaci di smuovere e scuotere il mondo come Cesare e Hitler, in positivo ed in negativo, non ci saranno più scrittori che squarceranno la letteratura come Artaud e Foucault: l’età degli eroi è tristemente finita. Credo che la colpa di tutto questo sia del XX secolo, delle due grandi guerre che hanno messo in ginocchio e distrutto l’umanità, che hanno reso l’uomo impotente, hanno reso capace l’uomo di realizzare cose molto più lontane di quanto poteva prevedere. L’uomo è diventato onnipotente, nel XX secolo, ed è stato annientato dalla sua stessa potenza. Ma quando potrà rinascere l’uomo? Quando rivedremo ancora l’uomo moderno come l’abbiamo sempre studiato sui libri di storia?

Ahmadinejad e Bush

«Il mondo ti minaccia», ha detto Ahmadinejad riferendosi a Bush, «perché prende il cammino dell'adorazione di Dio e la divinità. Quest'onda va avanti e tu non sei niente di fronte alla volontà di Allah».(Fonte: Corriere della sera)
E’ così che Ahmadinejad ha risposto alle affermazioni di Bush di ieri, in cui il presidente statunitense paragonava il leader Iraniano a un tiranno, alla pari dei terroristi di Al Queida, e dichiarava che ‘nessun presidente americano permetterà che l’Iran si doti dell’arma nucleare’.
"Tutte le comodità, la cultura, la tecnologia e l'economia esistono grazie all'esistenza dell'Imam del Tempo", ha aggiunto Ahmadinejad, riferendosi al dodicesimo Imam della catena di successione sciita. "Il marxismo - ha proseguito il presidente iraniano - è ormai Storia, mentre l'incapacità del liberalismo di guidare il mondo è manifesta. Oggi invitiamo l'Umanità a seguire l'unico cammino, il vero cammino".(Fonte: La Repubblica)

martedì, settembre 05, 2006

Anche il rock fa bene!

Gli esperti della Glasgow Caledonian University hanno infatti scoperto che anche il rock più duro è in grado di espandere le potenzialità del cervello, dando così ragione a tutti gli adolescenti che – a dispetto delle lamentele dei genitori – praticamente vivono al ritmo delle canzoni di Jimi Hendrix e Jim Morrison, oppure degli AC/DC o dei Red Hot Chili Peppers. Secondo i ricercatori, ascoltare questa musica fa bene ai giovanissimi e li fa diventare intelligenti. Gli psicologi di Glasgow, Leigh Riby e George Caldwell, hanno monitorato le differenze nell’attività cerebrale di un gruppo di 16 volontari che hanno svolto un semplice test di memoria ascoltando diversi generi musicali e, come ultima prova, immersi nel silenzio più totale.
IL ROCK FA BENE A CHI PIACE - Risultato: la musica classica ha migliorato i risultati dei volontari, ma durante l’ascolto della musica rock è stato registrato il minor dispendio di energie da parte dei soggetti sottoposti al test, con risultati migliori da parte di coloro che si erano dichiarati fan di quella categoria musicale. Come a dire: anche se per molti è “solo rumore”, la musica – anche la più dura - fa comunque bene a chi piace. Più che giusto!!!!